Da una parte c’è la chiusura di RaiMovie e Rai Premium, dall’altra la scelta di dedicare Rai4 agli uomini e Rai6 alle donne. Due scelte nei piani industriali futuri della Rai che hanno scatenato la reazione dell’USIGRai, il Sindacato interno della TV di Stato italiana. L’Unione Sindacale Giornalisti Rai fa notare come la chiusura dei canali satellitari che trasmettono film e serie TV è ingiustificabile visti i bassi costi di gestione e i “buoni” risultati di share: “A che scopo cancellare canali che 24 ore su 24 trasmettono nuove uscite, ma anche classici e programmi di approfondimento? Per far migrare tutti verso Netflix?”.

Secondo quanto scrive il Corriere l’USIGRai ritiene “assurda” la scelta dell’emittente televisiva: “A fronte di costi di esercizio molto bassi Rai Movie e Rai Premium producono un buon risultato di share, assolvendo inoltre le prescrizioni della legge Franceschini sulla trasmissione di pellicole italiane”. La fonte scrive inoltre che i due canali dovrebbero essere sostituiti da Rai4 e Rai6, il primo rivolto agli uomini, il secondo invece dedicato alle “esclusivamente” alle donne.

Due quindi gli svarioni dei vertici Rai e dell’amministratore delegato Fabrizio Salini secondo l’USIGRai. E oltre alla protesta per la chiusura dei canali c’è anche la “rabbia dei lavoratori” sulla decisione definita sessista: “È inconcepibile pensare nel terzo millennio di creare dei canali di genere”, hanno scritto i lavoratori in una nota. “Davvero nel 2019 si ritiene che una donna non ami un film d’azione o i motori, e un uomo non si interessi a moda e cucina?”.

I vertici Rai hanno iniziato a mostrare i nuovi piani nella scorsa settimana con la promessa di “una revisione sui contratti delle risorse artistiche” e la richiesta di “certezze economiche e di governance” relativa probabilmente alle indiscrezioni sui cambi di vertice per l’emittente teleisiva. Rai Movie e Rai Premium costano circa un milione all’anno e fatturano in pubblicità 30 milioni di euro, secondo dati diffusi dal Giornale e citati dal Corriere. Occupano uno share rispettivamente di circa 1,1 e 1,2%, con una buona costanza e un’apparente base di utenti fidelizzata. Salini ha però parlato di “limitata audience e scarsa profilazione del pubblico”, ed è per questo che l’USIGRai ha deciso di scendere in campo alla ricerca di chiarimenti.

https://www.hwupgrade.it/news/multimedia/chiudono-rai-movie-e-rai-premium-in-arrivo-un-canale-rai-per-le-donne_81881.html

Un impianto d’antenna centralizzata comporta notevoli benefici i quali si esplicitano sia nella realizzazione di un solo impianto TV a fronte di una selva di antenne; che nella qualità della componentistica impiegata, la quale senza dubbio è superiore a quella utilizzata per gli impianti singoli.

  • Eliminare antenne inutili e dannose sui tetti del condominio, parabole sui balconi dei palazzi e cavi penzolanti dinanzi alle facciate, permette una drastica riduzione dei costi di manutenzione di tetti e balconi ed un notevole aumento della sicurezza, in quanto si annulla il pericolo derivante dalla frequente caduta di antenne, soprattutto in caso di forte maltempo.

  • Costi di installazione e manutenzione degli impianti esistenti si abbassano notevolmente.

  • Un impianto di antenna centralizzato consente un aumento significativo della qualità e della quantità di segnali e programmi televisivi ricevuti.

Gruppi di cittadini e associazioni chiedono lo stop per le reti di quinta generazione, idem alcuni parlamentari. Ma in un’audizione alla Camera, l’Istituto superiore della sanità fa il punto sugli studi: “Con le antenne adibite i potenziali pericoli sono ancora più remoti rispetto a quelli connessi all’uso del cellulare”

di ALESSANDRO LONGO

L’ARRIVO del 5G, previsto già da quest’anno in alcune forme, preoccupa un crescente numero di cittadini e associazioni. Persino qualche parlamentare chiede ora lo stop delle antenne. Ma la scienza ufficiale, attraverso l’Istituto superiore della sanità (Iss), getta ora acqua sul fuoco: in una recente audizione alla Camera chiarisce che le tante nuove antenne 5G, per le loro caratteristiche, sono un pericolo ancora più remoto per la salute rispetto alle attuali tecnologie.

I resoconti dell’audizione non sono ancora disponibili, ma Repubblica si è procurato le relazioni di alcuni dei numerosi relatori, tra cui rappresentanti dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), del Centro Radioelettrico Sperimentale G. Marconi (CReSM), ma anche della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, Icnirp (un organismo non governativo, formalmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e, appunto, dell’Istituto superiore della sanità (nella persona del ricercatore che lo rappresenta per questi temi, Alessandro Polichetti).

L’audizione è spinta dal rumore generato dalle polemiche sul 5G. Nelle scorse settimane un gruppo di cittadini ha raccolto 11 mila firme in una petizione consegnata al parlamento. Si tratta di Alleanza Stop 5G, gruppo che ha l’adesione del magazine Terra Nuova, di Oasi Sana, dell’Associazione italiana elettrosensibili, dell’Associazione elettrosmog Volturino, dell’Istituto Ramazzini, dell’Associazione obiettivo sensibile, dei comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days, dell’équipe che ha realizzato il docufilm Sensibile. L’allarme si è esteso ad Andrea Maschio, consigliere regionale del M5s in Trentino e Andrea De Bertoldi, senatore di Fratelli d’Italia che hanno chiesto una sospensione del 5G (il primo anche in una lettera al ministro della Salute).

Uomini, ratti e campi elettromagnetici

In audizione sono stati citati uno studio dell’istituto Ramazzini (onlus) e un altro, simile, dell’americano National Toxicology Program da cui risulta un possibile aumentato rischio di tumore per l’esposizione di ratti a onde elettromagnetiche su frequenze usate dal 2G e dal 3G. Nel secondo caso i ratti sono stati esposti da quando erano feti al momento della morte naturale. Lo stesso istituto americano nota che i risultati non possono essere trasposti sugli esseri umani, dato che – tra gli altri motivi – le potenze assorbite dagli esemplari sono stati di circa un ordine di grandezza più alti rispetto all’uso di un cellulare.

Questione di potenza

L’Icnirp ha descritto come poco significativi i due studi, i quali comunque non riguardano le frequenze 5G ma solo le possibili conseguenze dell’esposizione massiccia e prolungata a campi elettromagnetici (generati – com’è noto – non solo da cellulari e relative antenne ma anche dagli elettrodomestici e vari altri strumenti).

L’Istituto superiore della Sanità ha dapprima ricordato che le attuali linee guida internazionali e ufficiali (vedi Iarc e Oms) non evidenziano nessun rischio per le antenne cellulari, perché le potenze utilizzate nella realtà sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle che hanno sollevato qualche timore negli studi sperimentali sui ratti. Anche se uno scienziato certo non si esprimerebbe così, la si può mettere in questo modo: se si va in ospedale mangiando 5 chili di gelato non vuol dire che sia pericoloso mangiarne 500 grammi (e che tutte le gelaterie vadano quindi chiuse).

Telefoni cellulari e antenne

Le linee guide internazionali definiscono “possibile” cancerogeno solo un grande utilizzo dei cellulari (cosa molto diversa rispetto alla presenza di antenne, perché la vicinanza della fonte al nostro cervello aumenta di tanto l’assorbimento delle onde). E comunque – ha ricordato il ricercatore dell’Iss – “possibile cancerogeno” è il livello più basso di rischio, per cui la scienza ufficiale al momento è incerta che ci possa essere davvero un pericolo.

L’effetto delle frequenze sulle cellule

Ci si può chiedere poi se il 5G, usando nuove frequenze (vicine alle cosiddette “onde millimetriche”) possa esporre a rischi diversi e maggiori per la salute. È appunto questo l’allarme lanciato da chi adesso chiede lo stop della tecnologia (già lanciata negli Stati Uniti e in arrivo in tutta Europa). Le nuove frequenze sono più elevate rispetto a quelle usate ora dai cellulari e serviranno tra l’altro a creare celle molto piccole e numerose nelle nostre città, per esempio per i servizi dell’internet delle cose (Iot). Il segnale su frequenze elevate penetra e si diffonde meno bene, ecco perché le celle devono essere più piccole e più capillari. Ma questo vuol dire anche – notano dall’Istituto superiore della sanità – che le potenze utilizzate saranno più basse e le onde si fermeranno a livello molto superficiale (della pelle).

Gli studi fatti su queste frequenze (per esempio dall’Agenzia francese per la sicurezza, la salute e l’ambiente) dimostrano che gli effetti immediati sulle cellule sono meno rilevabili rispetto a quelli per l’uso delle attuali frequenze 2G/3G/4G (che pure danno effetti scarsamente percettibili, di riscaldamento cellulare).

I limiti sulle emissioni elettromagnetiche

Dal 2022, infine, il 5G userà anche le frequenze a 700 MHz, che però sono le stesse usate dai televisori e su cui nei decenni non sono emersi rischi dimostrabili per la salute. L’altro aspetto da considerare sono i rischi che l’Italia correrebbe, come sistema Paese, da un ritardo dell’avvio del 5G, visto che questo è considerato il futuro di tutte le reti di comunicazione. Futuro che da noi è già messo a rischio – notano tutti gli operatori telefonici – dalle norme italiane, che impongono limiti molto più stringenti rispetto agli altri Paesi sulle emissioni elettromagnetiche. La conseguenza è che gli operatori ora sono molto ostacolati nell’installazione delle antenne per il 5G. “Le norme sulle emissioni rischiano di penalizzare fortemente lo sviluppo della nuova tecnologia in Italia. È davvero venuto il momento di rivederle, altrimenti la tecnologia da noi potrebbe essere meno diffusa e costare di più agli utenti”, dice Stefano da Empoli, presidente dell’Istituto per la Competitività (Icom).

 

 

 

L’antenna Rai di Caltanissetta è un’antenna omnidirezionale di 286 metri di altezza, che detiene il primato di struttura più alta d’Italia. Fa parte di una stazione radio della Rai, ormai dismessa, per la radiodiffusione in onde lunghe, medie e corte.

Inizio trasmissioni

L’inizio dei lavori di costruzione si ebbe nel 1949, quando ci fu l’esigenza da parte della RAI di rendere fruibile la ricezione del segnale nei paesi del Mediterraneo e del Nord Africa. I costi di costruzione furono di 146 milioni di lire dell’epoca; l’azienda costruttrice fu la CIFA (Compagnia Italiana Forme e Acciaio).

L’impianto, di proprietà della RAI, fu inaugurato il 18 novembre 1951 dall’allora ministro delle telecomunicazioni Giuseppe Spataro e dal presidente della RAI Cristiano Rindomi, insieme ai presidenti in carica e uscente della Regione Siciliana Franco Restivo e Giuseppe Alessi.

L’impianto per anni è stato utilizzato per la trasmissione in onde lunghe sui 189 kHz. L’impianto ad onde corte, costituito da antenne separate dalla struttura principale, operava sulle frequenze di 6060 kHz con 3 kW di potenza, mentre sui 7175 e 9515 kHz con 5 kW. In precedenza, l’impianto sui 6060 kHz era usato con una potenza di 25 kW.

L’antenna è stata utilizzata anche per le trasmissioni di un notiziario in lingua araba trasmesso in onde medie (Caltanissetta 1 – 567 kHz).

Fino al 1965 l’antenna deteneva anche il primato di struttura più alta d’Europa; il record fu poi battuto dalla Belmont Transmitting Station, alta 351,65 metri, situata in Gran Bretagna; quest’ultima è tuttora la più alta struttura di tutta l’Unione europea, seconda solo alla Torre della TV di Vinnycja in Ucraina alta 354 metri. Al 2015 l’antenna RAI di Caltanissetta è la 43ª torre di trasmissioni per altezza censita al mondo. L’antenna è sita alla sommità della collina di Sant’Anna di Caltanissetta , collina che ha un’altezza sul livello del mare di 689 metri s.l.m., la sommità dell’antenna è quindi alta 975 m.

Fine trasmissioni

Gestito nell’ultimo periodo da Rai Way, l’impianto è stato spento il 9 agosto 2004, a causa del progressiva disaffezione dell’audience dalla radio AM e per l’alto costo di mantenimento degli impianti, costo che ha spinto numerose emittenti ad abbandonare le trasmissioni in queste bande.

Secondo dirigenti Rai Way, dal 1982, il traliccio è stato verniciato una sola volta e per questa operazione sono occorsi trenta giorni di lavoro con quattro unità lavorative, senza l’utilizzo di alcun ponteggio.

La RAI, una volta disattivato per le trasmissioni nel 2004 l’impianto, ha espresso l’intenzione di demolire la struttura ormai inattiva e con alti costi di manutenzione; infatti, per la manutenzione periodica sono coinvolti tecnici specializzati per i lavori ad alte quote.

Acquisizione comunale

Al fine di scongiurarne lo smantellamento, l’amministrazione comunale nissena ha in progetto la salvaguardia del manufatto, ormai icona e simbolo distintivo della città, acquisendolo. A seguito di un primo incontro tra l’allora sindaco di Caltanissetta Michele Campisi e i vertici della Rai siciliana avvenuto il 5 febbraio 2013 per definire le modalità di acquisizione, il 2 novembre successivo la giunta comunale deliberò l’acquisto del manufatto in metallo, delle costruzioni annesse e dell’area circostante per la somma di 537 000 euro. Le motivazioni all’acquisto dell’amministrazione comunale sono state l’interesse ad evitare che l’antenna venga demolita dalla RAI e che il circostante parco alberato diventando di proprietà comunale venga trasformato in un parco pubblico attrezzato per la città.

Il 22 settembre 2012 il sito è stato dichiarato dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e Ambientali, Servizio Soprintendenza di Caltanissetta, bene di interesse culturale; tali beni consistono nell’antenna, nel parco e nei fabbricati annessi comprensivi delle storiche attrezzature trasmissive. L’acquisto del manufatto e delle pertinenze annesse comporterebbero per le casse comunali una spesa, da suddividere in cinque anni, di poco superiore ai 100 000 euro annui, mentre i costi di manutenzione corrente sono stimati, dai tecnici comunali, in circa 10 000 euro annui; spese coperte da una locazione presente nel sito.

Il 31 maggio 2014 venne comunicato il completamento della procedura burocratica per la variante urbanistica che assegnava in via definitiva come destinazione l’antenna e il terreno circostante a parco naturalistico vincolato. L’amministrazione comunale uscente lasciò alla successiva amministrazione l’incarico di proseguire l’iter per l’acquisto definitivo della struttura e del terreno circostante pari a 13 ettari, ma ad oggi l’attuale amministrazione comunale non ha provveduto all’acquisto del bene.

Il 10 aprile 2017 viene recepita dal consiglio comunale la variante al piano regolatore, precedentemente deliberata dall’assessorato regionale al Territorio ed dell’Ambiente con decreto dirigenziale n. 570 del 19 luglio 2005. La variante, indicata, stabilisce che la collina di San’Anna, l’antenna RAI e le sue pertinenze sono vincolati a parco territoriale agricolo, etno ed antropologico. Stabilendo che «nella suddetta zona sono vietate nuove edificazioni, con l’esclusione di modesti manufatti per la fruizione del parco, tali manufatti dovranno riferirsi a pertinenze degli edifici esistenti, giustificate dalla necessità dell’uso e dalla impossibilità di utilizzo dei volumi già esistenti; nella progettazione dovranno essere recuperate le strutture edilizie esistenti nel rispetto delle caratteristiche tipologiche ed architettoniche».

Apparecchiature di trasmissione

La struttura è situata sulla sommità del colle Sant’Anna, a 689 metri s.l.m., e la sommità dell’antenna raggiunge i 975 metri s.l.m.. È costituita da una torre autoportante in acciaio a traliccio, provvista di tiranti. Il trasmettitore in onde lunghe ha una potenza di 10 kW. All’epoca della costruzione la potenza di trasmissione era di 25 kW. È fissata al suolo mediante quattro piloni di ancoraggio e poggia su due isolatori in porcellana del peso di 16 quintali ciascuno.

La struttura nissena, alta 286 m, usa apparecchiature trasmittenti che per la natura del segnale vanno poste in quota. Gli edifici annessi all’antenna custodiscono preziose apparecchiature d’epoca, che potrebbero diventare oggetti da esporre per un eventuale nascente museo delle telecomunicazioni.

CAMBIARE TV 2019 AGEVOLAZIONI – Nel 2022 ci sarà il passaggio al digitale terrestre di seconda generazione. Una novità tecnologica che darà vita alla “tv del domani”. Ad oggi, 2019, i dettagli da chiarire sono diversi e molti italiani avrebbero volentieri fatto a meno di questo “problema”.

Intanto, il Governo avrebbe previsto di destinare un fondo da 151 milioni di euro al nuovo bonus per la sostituzione dei televisori in vista del passaggio al digitale terrestre di seconda generazione.

L’agevolazione dovrebbe prender forma già a partire dal 2019, previa definizione di regole e modalità per beneficiare dell’incentivo. Non è chiaro però se si tratterà di una detrazione fiscale o se di un contributo economico applicato sotto forma di sconto dal rivenditore al momento dell’acquisto.

Il bonus, sia nella forma di detrazione che di contributo monetario, dovrebbe coprire soltanto una parte del costo della spesa che sarà necessario sostenere per adeguarsi al nuovo digitale terrestre.

Una delle ipotesi è tuttavia che, in fase iniziale, la possibilità di beneficiare delle agevolazioni per la sostituzione della tv riguardi solo gli anziani con reddito fino ad 8.000 euro, già oggi esentati dal pagamento del Canone Rai.

L’unica certezza, ad oggi, è la dotazione finanziaria, incrementata dalla Legge di Bilancio 2019, in vista dell’avvento della nuova rivoluzione digitale che manderà in pensione i nostri vecchi televisori.

Cambiare tv 2019 agevolazioni | Quali televisioni | Modelli

Attenzione: non tutte le tv dovranno essere necessariamente cambiate, ed è proprio per questo che è necessario informarsi su quali televisori andranno sostituiti e quali quelli che invece saranno in grado di ricevere il segnale.

Quelli acquistati di recente dovrebbero infatti garantire la conformità con i nuovi requisiti tecnici. Quali sono questi requisiti? Le nuove televisioni dovranno rispettare il nuovo standard di trasmissione DVB-T2 con HEVC, che prometterà di portare l’alta televisione video nelle case di tutti gli italiani.

Ovviamente per cambiare tv non c’è alcuna fretta. Il termine per allinearsi con il digitale terrestre di seconda generazione – al momento – è fissato per il primo luglio 2022, quando avverrà il ‘trasloco’ definitivo allo standard di trasmissione televisiva DVB-T2 con HEVC.

Per legge, tutte le tv in commercio da gennaio 2017 sono già provviste di questo tipo di tecnologia.

Dal primo gennaio 2017 i rivenditori, che avrebbero dovuto eliminare dagli scaffali televisori con il digitale terrestre di prima generazione, date le grandi quantità in magazzino, hanno continuato – grazie ad una integrazione last minute della legge – a commercializzare le tv provviste del vecchio digitale terrestre DVB-T, a patto però di venderle in abbinamento ad un decoder DVB-T2 con codec HEVC.

Da dove arriva questa decisione? Non dall’Italia, ma dall’Europa. La rivoluzione digitale è stata fortemente voluta dall’UE in conseguenza della nuova assegnazione delle frequenze che, con una direttiva della Commissione, obbliga tutti i Paesi dell’Unione ad adottare il nuovo standard entro il 2022.

L’Europa ha chiesto quindi di spegnere entro il 2022 parte delle frequenze di trasmissione televisive. Insomma, milioni di italiani nei prossimi anni saranno chiamati ad aggiornarsi e ad “aggiornare” le proprie televisioni. In ballo c’è una nuova rivoluzione digitale.

La tua TV è compatibile con il nuovo digitale terrestre?

Si tratta quindi di cambiamenti tecnici, difficili da comprendere fino in fondo per i non addetti ai lavori. Quello che è chiaro è che molte delle televisioni presenti nelle case degli italiani non riusciranno a leggere il nuovo digitale terrestre e andranno cambiate o dovranno essere affiancate a un decoder.

Come fare per capire se la tua TV è compatibile con il nuovo digitale terrestre oppure no? Innanzitutto, controlla l’anno di produzione. Visto l’annunciato cambiamento, produttori e rivenditori già da qualche tempo erano obbligati a mettere sul mercato televisori compatibili con i nuovi standard.

TV acquistata nel corso del 2017

Tutti gli apparecchi prodotti a partire dal 2016 e venduti a partire dal 2017 sono compatibili con il nuovo standard. I modelli che trovi ora nei negozi hanno già una tecnologia adatta a leggere il segnale che sarà usato dal 2022 e, se non la hanno, devono essere venduti per legge insieme a un decoder adatto.

TV prodotte tra il 2010 e il 2015

Quasi tutte queste TV supportano, in molti casi, la trasmissione in alta definizione e quindi potranno continuare a funzionare con un decoder compatibile con lo standard DBV-T2.

TV antecedenti al 2010

Per i televisori prodotti prima del 2010 il discorso è più delicato. Se gli apparecchi sono dotati di un ingresso HDMI potrebbero essere collegati a un decoder compatibile, ma bisogna comunque considerare che queste TV non riescono a mostrare i canali in alta definizione perché non supportano il codec Mpeg4. Per riuscire a vedere tutti i canali, anche quelli che trasmettono in HD, dovrai acquistare una nuova televisione.

Per essere certo che sia compatibile o adattabile al nuovo digitale terrestre, controlla il libretto di istruzioni o cerca il modello su internet. In questo modo potrai sapere se dovrai comprare un decoder o se sarai costretto a rottamare la tua vecchia TV.

Tratto da https://www.6sicuro.it/casa/nuovo-digitale-terreste-dvb-t2

Nella Legge di Bilancio 2019 previsti gli incentivi per acquistare televisori e decoder che supportano il nuovo standard MPEG 4. Ecco come poterli utilizzare

27 Dicembre 2018 – Saranno 151 milioni di euro i soldi stanziati dal Governo per incentivare l’acquisto di televisori e decoder che supportino il nuovo standard DVB-T2 che dal 2020 permetterà la visione dei canali del digitale terrestre in Italia. Infatti, le frequenze occupate finora dal digitale terrestre dovranno essere liberate per far spazio al 5G e verranno spostate su nuove frequenze radio utilizzando lo standard MPEG 4.

La Legge di Bilancio in discussione alle Camere prevede un fondo di 151 milioni di euro per incentivare l’acquisto di decoder e di televisori: i soldi saranno disponibili dal 2019 al 2022 oppure fino a esaurimento. L’obiettivo è arrivare al 2022 (data entro il quale lo switch-off delle frequenze verrà completato) con tutta la popolazione italiana dotata di un dispositivo che possa trasmettere con il nuovo standard DVB-T2. La nuova tecnologia scelta per la trasmissione dei canali del digitale terrestre è già presente su tutti i televisori acquistati da gennaio 2017: lo standard DVB-T2 è stato scelto per creare meno problemi possibili agli utenti.

Digitale terrestre, cosa cambierà dal 2020

Lo switch-off del digitale terrestre avrà inizio il 1 gennaio 2020 e avverrà per step fino al 31 dicembre 2021. Le prime regioni interessate dal cambio di frequenza saranno Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania e Sardegna e si finirà con alcune provincie del veneto, Emilia – Romagna, Marche, Friuli – Venezia – Giulia, Molise, Puglia, Basilicata e le provincie di Cosenza e Crotone. La migrazione delle frequenze permetterà allo Stato italiano di liberare la banda 700MHz e di iniziare a lavorare sulla rete 5G nazionale.

Il cambio di frequenza del digitale terrestre dovrebbe impattare circa il 35% della popolazione italiana che non ha in casa un televisore che supporta il nuovo standard DVB-T2. Infatti, tutti i TV venduti da gennaio 2017 in poi hanno già il decoder integrato e non avranno problemi a trasmettere i canali del digitale terrestre quando avverrà lo switch-off delle frequenze. Per capire se il proprio televisore è in grado di trasmettere i canali con standard MPEG 4, basta fare una semplice prova: sintonizzatevi sui canali HD della Rai, di Mediaset o di LA7. Se non avete nessun tipo di problemi, allora vuol dire che il vostro televisore è già pronto per il digitale terrestre 2.0. in caso contrario, potrete beneficiare degli incentivi messi a disposizione con la Legge di Bilancio 2019.

 

Gli impianti IF-IF effettuano la distribuzione centralizzata di segnali provenienti da più satelliti e/o bande e/o polarità attraverso un singolo cavo di discesa.

Il principio di funzionamento è quello della conversione delle frequenze dei transponder relativi alle emittenti prescelte in frequenze diverse della stessa banda IF effettuata da una centralina di testa “intelligente”.

La necessità di convertire le frequenze, nasce dall’impossibilità di gestire la commutazione delle varie polarizzazioni e bande in presenza di un numero elevato di utenze collegate attraverso un singolo cavo.

Gli impianti IF-IF più evoluti riescono a convertire e distribuire una trentina di transponder.

Il tecnico antennista che realizza l’impianto condominiale seleziona di default proprio quelli del bouquet Sky.

In questo caso, dal momento che lo Sky Q può gestire anche la modalità statica del dCSS e quindi anche un sistema IF-IF con frequenze predeterminate, non sarà necessario alcun adeguamento, ma solo la programmazione inclusa nel costo di installazione e attivazione del box.

Con LNB dCSS si hanno a disposizione un massimo di 32 frequenze alle quali si possono associare altrettanti
transponder, da distribuire nella banda IF-IF.

I 32 transponder selezionati possono essere distribuiti ad un numero potenzialmente illimitato di utenti.

Per maggiori informazioni contatta Antennista Plus

Da alcuni giorni sulla tv locale della Lombardia Telereporter è trasmesso un promo in cui si annuncia l’arrivo di un nuovo canale denominato SVI 82.
Inizierà la sua programmazione, con un palinsesto firmato dalla Svizzera Italiana,  dal 1° Gennaio 2019 sul canale LCN 82 del digitale terrestre.
Attualmente sulla LCN 82 è trasmessa TRS RETE 82 in onda attraverso il mux nazionale RETECAPRI e in alcune regioni da altri provider locali.
Nei prossimi giorni vi forniremo ulteriori dettagli in merito a questo nuovo progetto televisivo.