Ma che cos`è veramente il 5G?

Bruno Storni, Ingegnere e Docente SUPSI e EPFL

In questi mesi si è infiammata in modo poco razionale la discussione, accompagnata da vari atti parlamentari, sulla nuova offerta di tecnologia della comunicazione 5G.

Purtroppo manca informazione di base e sovente anche politici confondono e alimentano paure e disagio psicologico della popolazione sensibile e attenta al nuovo, soprattutto quando questo non è visibile o percepibile come le onde elettromagnetiche per telecomunicazioni.

Perché il 5G?

Per cercare di chiarire che cosa sia, è opportuno sapere perché improvvisamente siamo giunti al 5G: semplicemente la continua miniaturizzazione della microelettronica.

Da inizio millennio, quando arrivò il 3G che portò internet su quello che era un semplice telefono portatile trasformandolo in smartphone, le dimensioni dei transistor hanno continuato a diminuire come da legge di Moore. Nel 2000 il microcalcolatore che è il cervello dello smartphone era costituito da circa 100 milioni di transistor: 20 anni dopo siamo a 6 miliardi. Questa esplosione quantitativa ha fatto esplodere la potenza di calcolo. Abbiamo in tasca un supercalcolatore da calcolo scientifico di 20 anni fa, e di conseguenza la possibilità di utilizzare nuovi e più complessi algoritmi per l’elaborazione dei segnali di trasmissione e ricezione che sfruttano in modo molto più efficiente l’onda elettromagnetica sulla quale trasferiamo i dati. Nuovi algoritmi che per rapporto al 4G richiedono 5 volte più potenza di calcolo, prestazioni che i nuovi microcalcolatori offrono. È questo il salto quantico che ha generato il 5G.

Medesime frequenze

Non cambiano invece le frequenze, tra 700 e 3600 MHz, che finora erano usate per altri servizi, ad esempio la TV digitale terrestre o anche il 4G. È come se cambiassimo il motore da termico a elettrico delle automobili per viaggiare più velocemente con minori consumi e le facciamo correre a pochi metri una dietro l’altra, ma usiamo le medesime autostrade (frequenze) che abbiamo ora. Concretamente se prima per trasmettere 1000 bit ci voleva 1 mJoule in futuro ne basterà 0.01 ma la velocità sarà 100 volte superiore.

Non cambiano neanche i limiti di emissione elettromagnetica per le antenne definiti nell’ORNI, in Svizzera un decimo di quella in vigore nel resto del mondo.

Questo è quanto entra in esercizio in Svizzera in questi mesi.

Nuovi servizi?

Nel concetto 5G si integrano servizi che esistono già oggi, come ad esempio le reti di sensori, contatori, termostati, smartwatch, ecc. oggi denominati genericamente “internet delle cose”, oggetti che trasmettono a potenze talmente deboli da coprire distanze anche solo di poche decine di metri. Quindi oltre all’autostrada (con frequenze attuali) sulla quale correre ad altissima velocità e lunghe distanze, si interconnetteranno altre strade locali per connettere apparecchi a bassa intensità di dati. Già oggi una smart watch comunica via Bluetooth con lo smartphone che a sua volta carica i dati sul Cloud usando l’autostrada citata. Anche Bluetooth, che usa frequenze contigue a quelle del 5G, introdotto nel 2000 è ora già alla versione 5.1 : migliorati di versione in versione velocità di trasmissione e consumi energetici.

Nuove tecnologie che potranno ridurre e garantire tempi di comunicazione e reazione a livello di

pochi millisecondi, ad esempio per applicazioni industriali o mediche o la comunicazione tra automobili per evitare collisioni.

La onde millimetriche

Solamente in una seconda fase il 5G prevede l’uso di nuove frequenze nel campo delle onde millimetriche (28 GHz) per servizi ad altissima velocità. Anche qui grazie alla potenza di calcolo odierna pure le antenne diventeranno attive ed intelligenti tanto da direzionare elettronicamente il collegamento diminuendo dispersione e consumi energetici. Onde millimetriche che non attraversano muri o vegetazione e richiederanno celle più piccole e nuove antenne, ma di potenza inferiore. Tecnologia non oggetto della messa in esercizio attuale e ancora in fase di verifica.

Un problema di comunicazione

50 anni fa l’uomo è arrivato sulla Luna anche grazie ai primi importanti sforzi di miniaturizzazione elettronica che hanno avviato un ‘onda innovativa sempre più alta sulla quale corriamo ancora oggi e che ha prodotto il 5G, ma senza “grigliarci nel forno a microonde” come taluni paventano. Per rapporto al 1G la potenza delle antenne e dei telefonini ha potuto essere notevolmente diminuita grazie all’evoluzione tecnologica che ha anche reso più sensibili i ricevitori nei telefonini.

Paradossalmente moltissima disinformazione sul 5G, in particolare video su YouTube o su FB, oggi circola grazie al 4G che se confrontato al 3G di inizio millennio è 1000 più veloce.

Le aziende telecom avrebbero potuto informare e promuovere il 5G non solo con l’usuale pubblicità per un qualsiasi nuovo prodotto (tra l’altro a suon di milioni), e dovrebbero riflettere se la continua crescita del volume dati trasmessi non sia da gestire con tariffe più causali. La complessità tecnica e sociale dell’innovazione 5G, richiede una maggior cura dell’informazione da parte di tutti, anche della classe politica che confonde ormai il surriscaldamento del pianeta, che è reale, con le radiazioni del 5G che surriscaldano soprattutto il dibattito politico.

Tratto da: https://www.tio.ch/rubriche/ospite/1370638/ma-che-cos-e-veramente-il-5g fbclid=IwAR2xEvnuBRm9FVafud0zaK0PwrgrT_Wo8W5V3eP63LFmLqzanTsb4M1894s

Sky e Netflix gratis: cosa rischiano gli 11mila clienti di ZSat

Il gruppo financial cybercrime della Polizia Postale, coordinato e diretto dalla Procura di Palermo, ha appena smantellato una delle maggiori reti IPTV italiane.

Conosciuta da tutti con il nome di ZSat, contava ben 11 mila abbonati ed aveva la sua “sede centrale” a Palermo. ZSat era gestita nella camera da letto del proprio appartamento da un 35enne residente nel capoluogo siciliano. All’interno dell’abitazione, oltre a 67 decoder Sky, sono stati ritrovati centinaia di migliaia di euro in contanti, lingotti d’oro, e wallet crittografici per criptovalute. Un impero economico fondato sulla pirateria audiovisiva, che costerebbe agli operatori di settore fino a 700 milioni di euro ogni anno.

E se la “mente” dell’operazione ora dovrà rispondere della condotta illegale davanti al giudice, rischiando sanzioni pecuniarie di svariate migliaia di euro e di trascorrere diversi anni dietro le sbarre, la situazione per i suoi 11 mila clienti non è tanto differente. Anche se le azioni penali contro i fruitori del “pezzotto” (questo il soprannome del dispositivo che consente di vedere Sky piratata) sono davvero pochissime, ora gli inquirenti potrebbero avere tra le mani elementi utili a risalire agli utenti finali.

Nel caso in cui gli uomini della Polizia Postale riuscissero in questa impresa, chi ha visto Sky e Dazn piratate potrebbe dover affrontare un processo e subire la stessa sorte dell’uomo di 35 anni arrestato a Palermo. Diversi avvocati ed esperti di difesa del copyright, infatti, sottolineano che i rischi di chi vede IPTV sono molto elevati. Si tratta, infatti, di reati penali molto gravi, con ricadute economiche sull’intero sistema televisivo ed economico del nostro Paese.

Ma cosa rischiano gli 11mila clienti di ZSat? Per capirlo, bisogna rifarsi alla sentenza della Corte di Cassazione n. 46443/2017, che ha confermato la pena a quattro mesi di reclusione e 2.000 euro di multa per un utente beccato a vedere Sky senza pagare con un sistema di card sharing (la pratica con la quale si condivide lo stesso abbonamento con più utenti utilizzando dispositivi hardware o sodtware). Nella sentenza, gli Ermellini richiamano la legge 633, articolo 171 comma otto del 1941.

Il dettato legislativo prevede che chi si rende colpevole della visione di Sky, Netflix e Dazn gratis rischia da 2.582,29 a 25.822,26 euro di multa e da sei mesi a tre anni di reclusione.

Bloccata tv pirata «ZSAT», riproduceva illegalmente intero palinsesto Sky

La Polizia di Stato di Palermo, al termine di ùarticolata attività d’indagine ad elevato contenuto tecnologico, ha disarticolato l’infrastruttura informatica, gestita dalla nota IPTV pirata «ZSAT», che permetteva la riproduzione abusiva, attraverso internet, dell´intero palinsesto Sky. Gli uomini della Sezione financial cybercrime della Polizia Postale, coordinati dalla Procura di Palermo, hanno così segnato un punto importante nel contrasto ad un fenomeno, quello della messa in commercio e riproduzione illecita del segnale delle pay-tv attraverso il web, troppo spesso sottovalutato, ma che tuttavia è in grado di generare un giro elevatissimo di profitti illeciti, spesso appannaggio delle più importanti organizzazioni criminali del Paese.

Tecnicamente, le IPTV pirata rendono possibile la visione, attraverso internet, dei canali delle pay-tv normalmente trasmessi via satellite, attraverso la stipula di abbonamenti illeciti i quali, a fronte di costi irrisori per il cliente finale e dietro l´istallazione di un semplice dispositivo domestico (il c.d. «Pezzotto»), offrono la possibilità di accedere all´intero palinsesto, nazionale ed internazionale, delle più note emittenti satellitari a pagamento.

«Per rendere possibile la trasmissione, organizzazioni criminali ben strutturate pongono in essere una complessa infrastruttura tecnologica, basata sull´acquisto di abbonamenti genuini (le c.d. »Sorgenti«), da cui, attraverso un intricato sistema di decoder/encoder, il segnale viene trasformato in segnale-dati, scambiabile via internet. A questo punto, attraverso il ricorso a servizi tecnologici disponibili in commercio sul web, il segnale informatico viene assemblato in pacchetti, ed offerto al pubblico attraverso un sistema di »rivenditori« che giunge fino al cliente finale», dicono gli inquirenti.

«Un fenomeno capace di generare un business milionario (si stima che fino allo scorso anno i profitti illeciti ammontassero ad oltre 700 milioni di euro all´anno), che da un lato si traduce in mancati incassi per gli operatori e dall´altro costituisce una fonte di approvvigionamento per pericolosi settori criminali, che non infrequentemente risultano contigui con la criminalità organizzata, nostrana ed internazionale – dicono gli investigatori – Così, al termine delle articolate indagini poste in essere dalla Polizia Postale e delle comunicazioni di Palermo e dalla Procura del capoluogo siciliano, il cerchio si è stretto intorno ad un cittadino palermitano di 35 anni, la cui abitazione è stata individuata e sottoposta ad attenta perquisizione».

Nella stanza da letto dell´indagato, è stata puntualmente rinvenuta la «Sorgente» dell´Iptv pirata ZSat, composta da 57 decoder di Sky Italia, collegati ad apparati per la ritrasmissione sulla rete internet, per un giro di clienti finali stimato in circa 11.000 persone in tutta Italia.

«Proprio a riprova dell´entità del giro di affari illecito, presso la sola abitazione dell´indagato gli uomini della sezione financial cybercrime della polizia postale hanno rinvenuto e sequestrato, nascosti negli scarichi dei bagni e nella spazzatura, ben 186.900 euro in contanti ed una macchina professionale conta-banconote, lingotti d´oro, e due »wallet« hardware (portafogli virtuali) contenenti cryptomoneta in diverse valute, il cui valore complessivo, certamente elevato, verrà meglio stimato a seguito degli ulteriori accertamenti tecnici».

L´uomo è al momento indagato per il reato di cui all´art. 171-ter lett. e) della Legge sul diritto d´autore, in attesa che gli ulteriori approfondimenti investigativi svelino un quadro probatorio ancor più articolato.

ADDIO CINE SONY: CHIUSO IL CANALE TV DEDICATO AL CINEMA

Dopo nemmeno due anni dal lancio Sony ha chiuso il proprio canale televisivo dedicato al cinema: Cine Sony, che era disponibile sul digitale terrestre al canale 55, ha chiuso definitivamente l’11 luglio.

Il canale è adesso nelle mani di Mediaset che ha piazzato su quella frequenza il suo Mediaset Extra 2, il simulcast di Mediaset Extra.

Non sono state rilasciate dichiarazioni da parte di Sony in merito alla chiusura del canale che, nonostante gli ascolti non paragonabili a quelli delle reti più blasonate, ha fatto registrare un costante aumento di telespettatori che lo avevano portato dallo 0,25% di share del giugno 2018 allo 0,36% del maggio di quest’anno.

Cine Sony offriva una programmazione interamente dedicata al cinema: in primo piano ovviamente i film della major giapponese, ma anche molti format dedicati al dietro le quinte, ritratti di attori e registi, interviste e La Fabbrica dei Sogni, un programma interamente incentrato sulla “storia e volti del cinema italiano”.

Secondo Il Sole 24 Ore entro fine luglio Mediaset dovrebbe rendere pubbliche le intenzioni per quanto riguarda la programmazione del canale 55 e sembrerebbe che comunque si tratterà di un canale dedicato al cinema.

Mediaset ha comunque già due canali dedicati alla Settima Arte, il 20 e Iris, quindi non è ben chiara l’intenzione del Gruppo di Cologno Monzese ma ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni.

Intanto salutiamo con affetto Cine Sony, durata appena 22 mesi ma già diventata appuntamento fisso di molti cinefili: forse dietro a questo passaggio di consegne si nasconde la preparazione di Sony alla discesa sull’agguerritissimo campo dello streaming?

Alcuni analisti pensano di sì: dopo Disney con la propria Disney+ in arrivo a breve e Warner che ha da poco annunciato HBO Max, sembrerebbe arrivato il momento di Sony, che potrebbe fin dall’inizio avere già un nutrito numero di possessori di PlayStation 4 ai quali offrire il servizio di piattaforma streaming.

Con in mano importanti proprietà intellettuali – in mano a Sony Pictures ci sono ColumbiaTriStar e Screen Gems – sarebbe sicuramente una concorrente di livello, e a quel punto risulterebbe spiegata la sparizione di Cine Sony dal digitale terrestre.

Chiudono Rai Movie e Rai Premium, in arrivo un canale Rai per le donne

Da una parte c’è la chiusura di RaiMovie e Rai Premium, dall’altra la scelta di dedicare Rai4 agli uomini e Rai6 alle donne. Due scelte nei piani industriali futuri della Rai che hanno scatenato la reazione dell’USIGRai, il Sindacato interno della TV di Stato italiana. L’Unione Sindacale Giornalisti Rai fa notare come la chiusura dei canali satellitari che trasmettono film e serie TV è ingiustificabile visti i bassi costi di gestione e i “buoni” risultati di share: “A che scopo cancellare canali che 24 ore su 24 trasmettono nuove uscite, ma anche classici e programmi di approfondimento? Per far migrare tutti verso Netflix?”.

Secondo quanto scrive il Corriere l’USIGRai ritiene “assurda” la scelta dell’emittente televisiva: “A fronte di costi di esercizio molto bassi Rai Movie e Rai Premium producono un buon risultato di share, assolvendo inoltre le prescrizioni della legge Franceschini sulla trasmissione di pellicole italiane”. La fonte scrive inoltre che i due canali dovrebbero essere sostituiti da Rai4 e Rai6, il primo rivolto agli uomini, il secondo invece dedicato alle “esclusivamente” alle donne.

Due quindi gli svarioni dei vertici Rai e dell’amministratore delegato Fabrizio Salini secondo l’USIGRai. E oltre alla protesta per la chiusura dei canali c’è anche la “rabbia dei lavoratori” sulla decisione definita sessista: “È inconcepibile pensare nel terzo millennio di creare dei canali di genere”, hanno scritto i lavoratori in una nota. “Davvero nel 2019 si ritiene che una donna non ami un film d’azione o i motori, e un uomo non si interessi a moda e cucina?”.

I vertici Rai hanno iniziato a mostrare i nuovi piani nella scorsa settimana con la promessa di “una revisione sui contratti delle risorse artistiche” e la richiesta di “certezze economiche e di governance” relativa probabilmente alle indiscrezioni sui cambi di vertice per l’emittente teleisiva. Rai Movie e Rai Premium costano circa un milione all’anno e fatturano in pubblicità 30 milioni di euro, secondo dati diffusi dal Giornale e citati dal Corriere. Occupano uno share rispettivamente di circa 1,1 e 1,2%, con una buona costanza e un’apparente base di utenti fidelizzata. Salini ha però parlato di “limitata audience e scarsa profilazione del pubblico”, ed è per questo che l’USIGRai ha deciso di scendere in campo alla ricerca di chiarimenti.

https://www.hwupgrade.it/news/multimedia/chiudono-rai-movie-e-rai-premium-in-arrivo-un-canale-rai-per-le-donne_81881.html

Vantaggi di un impianto d’antenna centralizzata

Un impianto d’antenna centralizzata comporta notevoli benefici i quali si esplicitano sia nella realizzazione di un solo impianto TV a fronte di una selva di antenne; che nella qualità della componentistica impiegata, la quale senza dubbio è superiore a quella utilizzata per gli impianti singoli.

  • Eliminare antenne inutili e dannose sui tetti del condominio, parabole sui balconi dei palazzi e cavi penzolanti dinanzi alle facciate, permette una drastica riduzione dei costi di manutenzione di tetti e balconi ed un notevole aumento della sicurezza, in quanto si annulla il pericolo derivante dalla frequente caduta di antenne, soprattutto in caso di forte maltempo.

  • Costi di installazione e manutenzione degli impianti esistenti si abbassano notevolmente.

  • Un impianto di antenna centralizzato consente un aumento significativo della qualità e della quantità di segnali e programmi televisivi ricevuti.

5G, rischi per la salute? Gli esperti: “Le frequenze non sono dannose”

Gruppi di cittadini e associazioni chiedono lo stop per le reti di quinta generazione, idem alcuni parlamentari. Ma in un’audizione alla Camera, l’Istituto superiore della sanità fa il punto sugli studi: “Con le antenne adibite i potenziali pericoli sono ancora più remoti rispetto a quelli connessi all’uso del cellulare”

di ALESSANDRO LONGO

L’ARRIVO del 5G, previsto già da quest’anno in alcune forme, preoccupa un crescente numero di cittadini e associazioni. Persino qualche parlamentare chiede ora lo stop delle antenne. Ma la scienza ufficiale, attraverso l’Istituto superiore della sanità (Iss), getta ora acqua sul fuoco: in una recente audizione alla Camera chiarisce che le tante nuove antenne 5G, per le loro caratteristiche, sono un pericolo ancora più remoto per la salute rispetto alle attuali tecnologie.

I resoconti dell’audizione non sono ancora disponibili, ma Repubblica si è procurato le relazioni di alcuni dei numerosi relatori, tra cui rappresentanti dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), del Centro Radioelettrico Sperimentale G. Marconi (CReSM), ma anche della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, Icnirp (un organismo non governativo, formalmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e, appunto, dell’Istituto superiore della sanità (nella persona del ricercatore che lo rappresenta per questi temi, Alessandro Polichetti).

L’audizione è spinta dal rumore generato dalle polemiche sul 5G. Nelle scorse settimane un gruppo di cittadini ha raccolto 11 mila firme in una petizione consegnata al parlamento. Si tratta di Alleanza Stop 5G, gruppo che ha l’adesione del magazine Terra Nuova, di Oasi Sana, dell’Associazione italiana elettrosensibili, dell’Associazione elettrosmog Volturino, dell’Istituto Ramazzini, dell’Associazione obiettivo sensibile, dei comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days, dell’équipe che ha realizzato il docufilm Sensibile. L’allarme si è esteso ad Andrea Maschio, consigliere regionale del M5s in Trentino e Andrea De Bertoldi, senatore di Fratelli d’Italia che hanno chiesto una sospensione del 5G (il primo anche in una lettera al ministro della Salute).

Uomini, ratti e campi elettromagnetici

In audizione sono stati citati uno studio dell’istituto Ramazzini (onlus) e un altro, simile, dell’americano National Toxicology Program da cui risulta un possibile aumentato rischio di tumore per l’esposizione di ratti a onde elettromagnetiche su frequenze usate dal 2G e dal 3G. Nel secondo caso i ratti sono stati esposti da quando erano feti al momento della morte naturale. Lo stesso istituto americano nota che i risultati non possono essere trasposti sugli esseri umani, dato che – tra gli altri motivi – le potenze assorbite dagli esemplari sono stati di circa un ordine di grandezza più alti rispetto all’uso di un cellulare.

Questione di potenza

L’Icnirp ha descritto come poco significativi i due studi, i quali comunque non riguardano le frequenze 5G ma solo le possibili conseguenze dell’esposizione massiccia e prolungata a campi elettromagnetici (generati – com’è noto – non solo da cellulari e relative antenne ma anche dagli elettrodomestici e vari altri strumenti).

L’Istituto superiore della Sanità ha dapprima ricordato che le attuali linee guida internazionali e ufficiali (vedi Iarc e Oms) non evidenziano nessun rischio per le antenne cellulari, perché le potenze utilizzate nella realtà sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle che hanno sollevato qualche timore negli studi sperimentali sui ratti. Anche se uno scienziato certo non si esprimerebbe così, la si può mettere in questo modo: se si va in ospedale mangiando 5 chili di gelato non vuol dire che sia pericoloso mangiarne 500 grammi (e che tutte le gelaterie vadano quindi chiuse).

Telefoni cellulari e antenne

Le linee guide internazionali definiscono “possibile” cancerogeno solo un grande utilizzo dei cellulari (cosa molto diversa rispetto alla presenza di antenne, perché la vicinanza della fonte al nostro cervello aumenta di tanto l’assorbimento delle onde). E comunque – ha ricordato il ricercatore dell’Iss – “possibile cancerogeno” è il livello più basso di rischio, per cui la scienza ufficiale al momento è incerta che ci possa essere davvero un pericolo.

L’effetto delle frequenze sulle cellule

Ci si può chiedere poi se il 5G, usando nuove frequenze (vicine alle cosiddette “onde millimetriche”) possa esporre a rischi diversi e maggiori per la salute. È appunto questo l’allarme lanciato da chi adesso chiede lo stop della tecnologia (già lanciata negli Stati Uniti e in arrivo in tutta Europa). Le nuove frequenze sono più elevate rispetto a quelle usate ora dai cellulari e serviranno tra l’altro a creare celle molto piccole e numerose nelle nostre città, per esempio per i servizi dell’internet delle cose (Iot). Il segnale su frequenze elevate penetra e si diffonde meno bene, ecco perché le celle devono essere più piccole e più capillari. Ma questo vuol dire anche – notano dall’Istituto superiore della sanità – che le potenze utilizzate saranno più basse e le onde si fermeranno a livello molto superficiale (della pelle).

Gli studi fatti su queste frequenze (per esempio dall’Agenzia francese per la sicurezza, la salute e l’ambiente) dimostrano che gli effetti immediati sulle cellule sono meno rilevabili rispetto a quelli per l’uso delle attuali frequenze 2G/3G/4G (che pure danno effetti scarsamente percettibili, di riscaldamento cellulare).

I limiti sulle emissioni elettromagnetiche

Dal 2022, infine, il 5G userà anche le frequenze a 700 MHz, che però sono le stesse usate dai televisori e su cui nei decenni non sono emersi rischi dimostrabili per la salute. L’altro aspetto da considerare sono i rischi che l’Italia correrebbe, come sistema Paese, da un ritardo dell’avvio del 5G, visto che questo è considerato il futuro di tutte le reti di comunicazione. Futuro che da noi è già messo a rischio – notano tutti gli operatori telefonici – dalle norme italiane, che impongono limiti molto più stringenti rispetto agli altri Paesi sulle emissioni elettromagnetiche. La conseguenza è che gli operatori ora sono molto ostacolati nell’installazione delle antenne per il 5G. “Le norme sulle emissioni rischiano di penalizzare fortemente lo sviluppo della nuova tecnologia in Italia. È davvero venuto il momento di rivederle, altrimenti la tecnologia da noi potrebbe essere meno diffusa e costare di più agli utenti”, dice Stefano da Empoli, presidente dell’Istituto per la Competitività (Icom).

 

 

 

Antenna RAI di Caltanissetta

L’antenna Rai di Caltanissetta è un’antenna omnidirezionale di 286 metri di altezza, che detiene il primato di struttura più alta d’Italia. Fa parte di una stazione radio della Rai, ormai dismessa, per la radiodiffusione in onde lunghe, medie e corte.

Inizio trasmissioni

L’inizio dei lavori di costruzione si ebbe nel 1949, quando ci fu l’esigenza da parte della RAI di rendere fruibile la ricezione del segnale nei paesi del Mediterraneo e del Nord Africa. I costi di costruzione furono di 146 milioni di lire dell’epoca; l’azienda costruttrice fu la CIFA (Compagnia Italiana Forme e Acciaio).

L’impianto, di proprietà della RAI, fu inaugurato il 18 novembre 1951 dall’allora ministro delle telecomunicazioni Giuseppe Spataro e dal presidente della RAI Cristiano Rindomi, insieme ai presidenti in carica e uscente della Regione Siciliana Franco Restivo e Giuseppe Alessi.

L’impianto per anni è stato utilizzato per la trasmissione in onde lunghe sui 189 kHz. L’impianto ad onde corte, costituito da antenne separate dalla struttura principale, operava sulle frequenze di 6060 kHz con 3 kW di potenza, mentre sui 7175 e 9515 kHz con 5 kW. In precedenza, l’impianto sui 6060 kHz era usato con una potenza di 25 kW.

L’antenna è stata utilizzata anche per le trasmissioni di un notiziario in lingua araba trasmesso in onde medie (Caltanissetta 1 – 567 kHz).

Fino al 1965 l’antenna deteneva anche il primato di struttura più alta d’Europa; il record fu poi battuto dalla Belmont Transmitting Station, alta 351,65 metri, situata in Gran Bretagna; quest’ultima è tuttora la più alta struttura di tutta l’Unione europea, seconda solo alla Torre della TV di Vinnycja in Ucraina alta 354 metri. Al 2015 l’antenna RAI di Caltanissetta è la 43ª torre di trasmissioni per altezza censita al mondo. L’antenna è sita alla sommità della collina di Sant’Anna di Caltanissetta , collina che ha un’altezza sul livello del mare di 689 metri s.l.m., la sommità dell’antenna è quindi alta 975 m.

Fine trasmissioni

Gestito nell’ultimo periodo da Rai Way, l’impianto è stato spento il 9 agosto 2004, a causa del progressiva disaffezione dell’audience dalla radio AM e per l’alto costo di mantenimento degli impianti, costo che ha spinto numerose emittenti ad abbandonare le trasmissioni in queste bande.

Secondo dirigenti Rai Way, dal 1982, il traliccio è stato verniciato una sola volta e per questa operazione sono occorsi trenta giorni di lavoro con quattro unità lavorative, senza l’utilizzo di alcun ponteggio.

La RAI, una volta disattivato per le trasmissioni nel 2004 l’impianto, ha espresso l’intenzione di demolire la struttura ormai inattiva e con alti costi di manutenzione; infatti, per la manutenzione periodica sono coinvolti tecnici specializzati per i lavori ad alte quote.

Acquisizione comunale

Al fine di scongiurarne lo smantellamento, l’amministrazione comunale nissena ha in progetto la salvaguardia del manufatto, ormai icona e simbolo distintivo della città, acquisendolo. A seguito di un primo incontro tra l’allora sindaco di Caltanissetta Michele Campisi e i vertici della Rai siciliana avvenuto il 5 febbraio 2013 per definire le modalità di acquisizione, il 2 novembre successivo la giunta comunale deliberò l’acquisto del manufatto in metallo, delle costruzioni annesse e dell’area circostante per la somma di 537 000 euro. Le motivazioni all’acquisto dell’amministrazione comunale sono state l’interesse ad evitare che l’antenna venga demolita dalla RAI e che il circostante parco alberato diventando di proprietà comunale venga trasformato in un parco pubblico attrezzato per la città.

Il 22 settembre 2012 il sito è stato dichiarato dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e Ambientali, Servizio Soprintendenza di Caltanissetta, bene di interesse culturale; tali beni consistono nell’antenna, nel parco e nei fabbricati annessi comprensivi delle storiche attrezzature trasmissive. L’acquisto del manufatto e delle pertinenze annesse comporterebbero per le casse comunali una spesa, da suddividere in cinque anni, di poco superiore ai 100 000 euro annui, mentre i costi di manutenzione corrente sono stimati, dai tecnici comunali, in circa 10 000 euro annui; spese coperte da una locazione presente nel sito.

Il 31 maggio 2014 venne comunicato il completamento della procedura burocratica per la variante urbanistica che assegnava in via definitiva come destinazione l’antenna e il terreno circostante a parco naturalistico vincolato. L’amministrazione comunale uscente lasciò alla successiva amministrazione l’incarico di proseguire l’iter per l’acquisto definitivo della struttura e del terreno circostante pari a 13 ettari, ma ad oggi l’attuale amministrazione comunale non ha provveduto all’acquisto del bene.

Il 10 aprile 2017 viene recepita dal consiglio comunale la variante al piano regolatore, precedentemente deliberata dall’assessorato regionale al Territorio ed dell’Ambiente con decreto dirigenziale n. 570 del 19 luglio 2005. La variante, indicata, stabilisce che la collina di San’Anna, l’antenna RAI e le sue pertinenze sono vincolati a parco territoriale agricolo, etno ed antropologico. Stabilendo che «nella suddetta zona sono vietate nuove edificazioni, con l’esclusione di modesti manufatti per la fruizione del parco, tali manufatti dovranno riferirsi a pertinenze degli edifici esistenti, giustificate dalla necessità dell’uso e dalla impossibilità di utilizzo dei volumi già esistenti; nella progettazione dovranno essere recuperate le strutture edilizie esistenti nel rispetto delle caratteristiche tipologiche ed architettoniche».

Apparecchiature di trasmissione

La struttura è situata sulla sommità del colle Sant’Anna, a 689 metri s.l.m., e la sommità dell’antenna raggiunge i 975 metri s.l.m.. È costituita da una torre autoportante in acciaio a traliccio, provvista di tiranti. Il trasmettitore in onde lunghe ha una potenza di 10 kW. All’epoca della costruzione la potenza di trasmissione era di 25 kW. È fissata al suolo mediante quattro piloni di ancoraggio e poggia su due isolatori in porcellana del peso di 16 quintali ciascuno.

La struttura nissena, alta 286 m, usa apparecchiature trasmittenti che per la natura del segnale vanno poste in quota. Gli edifici annessi all’antenna custodiscono preziose apparecchiature d’epoca, che potrebbero diventare oggetti da esporre per un eventuale nascente museo delle telecomunicazioni.

Cambiare tv sarà “obbligatorio” per tanti, ma non per tutti: ecco a chi toccherà e le agevolazioni in vista

CAMBIARE TV 2019 AGEVOLAZIONI – Nel 2022 ci sarà il passaggio al digitale terrestre di seconda generazione. Una novità tecnologica che darà vita alla “tv del domani”. Ad oggi, 2019, i dettagli da chiarire sono diversi e molti italiani avrebbero volentieri fatto a meno di questo “problema”.

Intanto, il Governo avrebbe previsto di destinare un fondo da 151 milioni di euro al nuovo bonus per la sostituzione dei televisori in vista del passaggio al digitale terrestre di seconda generazione.

L’agevolazione dovrebbe prender forma già a partire dal 2019, previa definizione di regole e modalità per beneficiare dell’incentivo. Non è chiaro però se si tratterà di una detrazione fiscale o se di un contributo economico applicato sotto forma di sconto dal rivenditore al momento dell’acquisto.

Il bonus, sia nella forma di detrazione che di contributo monetario, dovrebbe coprire soltanto una parte del costo della spesa che sarà necessario sostenere per adeguarsi al nuovo digitale terrestre.

Una delle ipotesi è tuttavia che, in fase iniziale, la possibilità di beneficiare delle agevolazioni per la sostituzione della tv riguardi solo gli anziani con reddito fino ad 8.000 euro, già oggi esentati dal pagamento del Canone Rai.

L’unica certezza, ad oggi, è la dotazione finanziaria, incrementata dalla Legge di Bilancio 2019, in vista dell’avvento della nuova rivoluzione digitale che manderà in pensione i nostri vecchi televisori.

Cambiare tv 2019 agevolazioni | Quali televisioni | Modelli

Attenzione: non tutte le tv dovranno essere necessariamente cambiate, ed è proprio per questo che è necessario informarsi su quali televisori andranno sostituiti e quali quelli che invece saranno in grado di ricevere il segnale.

Quelli acquistati di recente dovrebbero infatti garantire la conformità con i nuovi requisiti tecnici. Quali sono questi requisiti? Le nuove televisioni dovranno rispettare il nuovo standard di trasmissione DVB-T2 con HEVC, che prometterà di portare l’alta televisione video nelle case di tutti gli italiani.

Ovviamente per cambiare tv non c’è alcuna fretta. Il termine per allinearsi con il digitale terrestre di seconda generazione – al momento – è fissato per il primo luglio 2022, quando avverrà il ‘trasloco’ definitivo allo standard di trasmissione televisiva DVB-T2 con HEVC.

Per legge, tutte le tv in commercio da gennaio 2017 sono già provviste di questo tipo di tecnologia.

Dal primo gennaio 2017 i rivenditori, che avrebbero dovuto eliminare dagli scaffali televisori con il digitale terrestre di prima generazione, date le grandi quantità in magazzino, hanno continuato – grazie ad una integrazione last minute della legge – a commercializzare le tv provviste del vecchio digitale terrestre DVB-T, a patto però di venderle in abbinamento ad un decoder DVB-T2 con codec HEVC.

Da dove arriva questa decisione? Non dall’Italia, ma dall’Europa. La rivoluzione digitale è stata fortemente voluta dall’UE in conseguenza della nuova assegnazione delle frequenze che, con una direttiva della Commissione, obbliga tutti i Paesi dell’Unione ad adottare il nuovo standard entro il 2022.

L’Europa ha chiesto quindi di spegnere entro il 2022 parte delle frequenze di trasmissione televisive. Insomma, milioni di italiani nei prossimi anni saranno chiamati ad aggiornarsi e ad “aggiornare” le proprie televisioni. In ballo c’è una nuova rivoluzione digitale.

Digitale terrestre: dal 2019 arrivano i primi incentivi per i decoder

Nella Legge di Bilancio 2019 previsti gli incentivi per acquistare televisori e decoder che supportano il nuovo standard MPEG 4. Ecco come poterli utilizzare

27 Dicembre 2018 – Saranno 151 milioni di euro i soldi stanziati dal Governo per incentivare l’acquisto di televisori e decoder che supportino il nuovo standard DVB-T2 che dal 2020 permetterà la visione dei canali del digitale terrestre in Italia. Infatti, le frequenze occupate finora dal digitale terrestre dovranno essere liberate per far spazio al 5G e verranno spostate su nuove frequenze radio utilizzando lo standard MPEG 4.

La Legge di Bilancio in discussione alle Camere prevede un fondo di 151 milioni di euro per incentivare l’acquisto di decoder e di televisori: i soldi saranno disponibili dal 2019 al 2022 oppure fino a esaurimento. L’obiettivo è arrivare al 2022 (data entro il quale lo switch-off delle frequenze verrà completato) con tutta la popolazione italiana dotata di un dispositivo che possa trasmettere con il nuovo standard DVB-T2. La nuova tecnologia scelta per la trasmissione dei canali del digitale terrestre è già presente su tutti i televisori acquistati da gennaio 2017: lo standard DVB-T2 è stato scelto per creare meno problemi possibili agli utenti.

Digitale terrestre, cosa cambierà dal 2020

Lo switch-off del digitale terrestre avrà inizio il 1 gennaio 2020 e avverrà per step fino al 31 dicembre 2021. Le prime regioni interessate dal cambio di frequenza saranno Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania e Sardegna e si finirà con alcune provincie del veneto, Emilia – Romagna, Marche, Friuli – Venezia – Giulia, Molise, Puglia, Basilicata e le provincie di Cosenza e Crotone. La migrazione delle frequenze permetterà allo Stato italiano di liberare la banda 700MHz e di iniziare a lavorare sulla rete 5G nazionale.

Il cambio di frequenza del digitale terrestre dovrebbe impattare circa il 35% della popolazione italiana che non ha in casa un televisore che supporta il nuovo standard DVB-T2. Infatti, tutti i TV venduti da gennaio 2017 in poi hanno già il decoder integrato e non avranno problemi a trasmettere i canali del digitale terrestre quando avverrà lo switch-off delle frequenze. Per capire se il proprio televisore è in grado di trasmettere i canali con standard MPEG 4, basta fare una semplice prova: sintonizzatevi sui canali HD della Rai, di Mediaset o di LA7. Se non avete nessun tipo di problemi, allora vuol dire che il vostro televisore è già pronto per il digitale terrestre 2.0. in caso contrario, potrete beneficiare degli incentivi messi a disposizione con la Legge di Bilancio 2019.